Servizio evangelico per le relazioni con Israele

A Voi la Voce

Riconoscendo il forte valore di sentinella che molti dei nostri fruitori nutrono sulla questione Israele e Medio Oriente in generale, apriamo la presente rubrica ai vostri contributi. Potete inviare articoli, comunicazioni, lettere dove denunciate scorettezze o quant’altro riteniate possa essere d’interesse o  comunque connesso ai temi  di cui Ghesher si prende cura. Il materiale sarà valutato dalla redazione che ne comunicherà peraltro l’eventuale pubblicazione sul sito.  Ogni vostro contributo è molto apprezzato, grazie. E-mail: info@ghesher.it

*Riceviamo e volentieri pubblichiamo la traduzione di un articolo di Stan Goodenough pubblicato sul mensile Middle East Digest nel  gennaio 1997.  Traduzione a cura di Elio Milazzo.

La rinascita d’Israele è un messaggio di Dio al mondo. Il contesto biblico degli eventi che caratterizzano la storia contemporanea del Medio Oriente.

Non v’è alcun dubbio, la ricostituzione della patria ebraica avvenuta 49 anni fa, accompagnata dal continuo ritorno alla loro terra di altri ebrei da tutto il mondo, è stato il più rilevante messaggio che Dio ha rivolto all’umanità negli ultimi duemila anni. Dalla fine del secolo scorso, quando i primi ebrei cominciarono ad  arrivare numerosi nella più arida e dimenticata regione dell’impero ottomano che una volta era stata la terra d’Israele, centinaia di migliaia di ebrei provenienti da più di cento nazioni sono tornati a stare insieme. La maggior parte della gente rifiuta di accettare il fatto che, al loro ritorno, gli ebrei hanno trovato una terra prevalentemente occupata da paludi malariche, da zone desertiche e quasi del tutto priva di alberi. E crede piuttosto alla menzogna di Arafat, pronunziata nel 1974 alle Nazioni Unite, quando disse: “L’invasione degli ebrei è cominciata nel 1881… Allora la Palestina era una terra verdeggiante, abitata soprattutto da arabi”. Ma centinaia di persone, che hanno visitato quella terra durante i secoli XVIII e XIX, hanno constatato che Dio aveva mantenuto alla lettera la Sua decisione, secondo la quale la terra d’Israele, dopo la dispersione degli ebrei, sarebbe rimasta desolata e incolta.  “E, quanto a voi, vi disperderò fra le nazioni e trarrò fuori la spada contro di voi; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte” (Levitico 26, 33); “Ma li ho dispersi col turbine fra tutte le nazioni che essi non conoscevano. Così il paese rimase desolato dietro di loro, senza più nessuno che vi passasse o vi ritornasse. Di un paese di delizie essi fecero una desolazione” (Zaccaria 7, 14). Nel 1835, il poeta francese Alphonse Lamartine scriveva: “Fuori delle mura di Gerusalemme non potemmo vedere anima viva, né senire alcun rumore. Era lo stesso vuoto e lo stesso silenzio che avevamo trovato aggirandoci tra gli scavi di Pompei e di Ercolano… Un silenzio assoluto ed eterno regnava per tutta la città e nella  zona circostante. Era la tomba di un popolo che fu”. Nel 1867, Mark Twain descrisse la valle di Izreel come assolutamente priva di centri abitati, la Galilea come un “desero disabitato”, Gerico come “una polverosa rovina”, Beltemme come “un centro disabitato”, e la stessa Gerusalemme come un povero villaggio. “La Palestina giace nella cenere” fu il suo lamento. “E’ una terra triste e senza speranza, che fa pena a vederla”. E così continuò ad essere fino a quando, 14 anni dopo (nel 1881), gli ebrei cominciarono a tornare e a ricostruire come Dio aveva promesso: “La terra desolata sarà coltivata, invece di essere una desolazione agli occhi di tutti i passanti. E diranno: -Questa terra che era desolata è divenuta come il giardino dell’Eden,  e le città devastate, desolate e rovinate sono ora fortificate e abitate-. Allora le nazioni che sono rimaste intorno a voi riconosceranno che io, l’Eterno, ho ricostruito i luoghi distrutti e piantato la terra desolata. Io l’Eterno, ho parlato e lo farò” (Ezechiele 36, 34-36).  Oggi (1997 n.d.t.), a cento anni da quando il ritorno ha avuto inizio, gli ebrei continuano a ritornare nella loro terra. Dal dicembre 1989, un terzo degli ebrei che erano nell’Unione Sovietica, ovvero 649.067 persone, ha fatto aliyà (ritorno), e questo significa che il 12% della popolazione ebraica d’Israele vi è ritornata negli ultimi sette anni. Per il 1997 ne sono previsti altri 70.000. Per centinaia e migliaia di anni, gli ebrei hanno celebrato la Pasqua, ringraziando il Signore di averli liberati dalla schiavitù d’Egitto e averli condotti nella loro terra promessa. Ma, malgrado questo, la Bibbia dice che questo ultimo e finale ritorno degli ebrei sarà un evento ancora più rilevante:Perciò ecco, vengono i giorni, dice l’Eterno, nei quali non si dirà più: per l’Eterno vivente che ha fatto uscire i figli d’Israele dal paese d’Egitto”, ma: “Per l’Eterno vivente che ha fatto uscire i figli d’Israele dal paese del nord e da tutti i paesi dove li aveva scacciati”: E io li ricondurrò nel loro paese che avevo dato ai loro padri” (Geremia 16, 14-15). Sì, riconducendo fisicamente gli ebrei a casa loro, il Dio della storia ha innalzato una bandiera che le altre nazioni non possono fare a meno d’ignorare perché, in questo modo, Egli le confronta con la  realtà della Sua eterna esistenza, della Sua assoluta sovranità e della Sua immutabile onnipotenza. “In quel giorno avverrà che il Signore stenderà la sua mano una seconda volta per riscattare il residuo del suo popolo… Egli alzerà il vessillo per le nazioni, raccoglierà gli espulsi d’Israele e radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra” (Isaia 11,  11-12).