Servizio evangelico per le relazioni con Israele

“Durban 3″: no ai ricatti dell’ONU; sì ad Israele

New York, 19 Settembre 2011 – L’Organizzazione delle Nazioni Unite indice la Conferenza “Durban 3”

Per il 19 Settembre prossimo, l’Assemblea delle Nazioni Unite avrebbe indetto a New York la terza conferenza sul razzismo chiamata “Durban 3”. L’obiettivo primario sarebbe il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese.
L’Assemblea delle Nazioni Unite rappresenta l’organismo internazionale del nostro pianeta dove le nazioni del mondo si riunirebbero nel tentativo di essere una sola voce. Per questa ragione le sue risoluzioni possono avere un ruolo molto importante. Ora, quando tutto il mondo vede che circa il 40% delle risoluzioni Onu, a favore dei diritti umani, sono contro un solo Paese, la maggioranza di noi penserà che questo Paese sia veramente tremendo, che sia governato da una tirannia o comunque da un sistema dittatoriale e che in pratica sia la radice del male del mondo. Ma in realtà, il Paese che l’Onu ha condannato come il più repressivo è una democrazia, l’unica presente in Medio Oriente: Israele.
Indipendentemente da ciò che possiamo pensare delle sfide che Israele si trova continuamente ad affrontare, dobbiamo onestamente constatare che il numero delle condanne che l’Onu ha emesso contro lo Stato ebraico, rispetto ad altri paesi con problemi anche maggiori, sono a dir poco ingiuste:
su 46.000 morti, inclusi i casi di guerra dello Stato d’Israele, l’Onu ha emesso 223 condanne; in Nigeria, su un milione di morti, l’Onu ne ha emesse zero; in Nord Corea, su due milioni di morti, 10 condanne; in Sudan, su 2.250.000 morti, 45 condanne; in Cambogia, 3.000.000 di morti, 14 condanne; infine in Cina, con un numero di morti incalcolabile, l’Onu non ha emesso alcuna condanna.
Questo è possibile perché dal 1975, cioè dal tempo della crisi di Cuba, si è creata un’alleanza tra paesi islamici e paesi comunisti (blocco islamico-comunista) che ha fortemente sbilanciato il giudizio delle Nazioni Unite a favore di questi paesi, contro Stati Uniti e contro Israele. Ecco perché dal 1975 ad oggi, così tante risoluzioni dell’Onu sono contro Israele.
Nel 1975 stesso, l’Onu dichiarò ufficialmente che il sionismo, il movimento sorto alla fine dell’800 per liberare gli ebrei da ogni razzismo, è esso stesso una forma di razzismo e nella Conferenza di Durban del 2009, incaricata di trovare la radice del razzismo, il relatore chiave di suddetta conferenza, il migliore amico dei diritti umani, Mahmoud Ahmadinejad, non solo dichiarò che il sionismo è una forma di razzismo ma che esso è la radice del razzismo in tutto il mondo.

Ora il 19 Settembre prossimo, la Conferenza “Durban 3” avrebbe l’obiettivo di porre come dato di fatto il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese e il blocco islamico-comunista, secondo il sistema maggioritario, avrebbe la meglio.
Da quando si è presupposta questa Conferenza, un forte movimento di dissenso si è levato da alcuni Paesi membri delle Nazioni Unite, inclusa l’Italia. Questi Paesi non hanno niente in contrario con la formazione di uno Stato palestinese di cui riconoscono l’urgenza, ma si oppongono fermamente al riconoscimento unilaterale da parte delle Nazioni Unite perché ciò non terrebbe in debito conto del rispetto che si deve a tutte le popolazioni di quella regione, incluso lo Stato d’Israele.
La creazione di uno Stato palestinese, come è scritto nella dichiarazione firmata dal Senato della Repubblica Italiana, il 30 giugno 2011, potrà avvenire solo sulla base di un mutuo riconoscimento, cioè che non solo Israele riconosca lo Stato palestinese, e da parte israeliana la volontà in questo senso non manca, ma soprattutto che l’Autorità Palestinese riconosca il diritto e la legittimità incondizionata all’esistenza dello Stato d’Israele, cosa che ancora non è avvenuta; la garanzia di confini sicuri, non quelli del ’48 a cui Durban 3 si rifarebbe; attraverso negoziati reciproci che prevedano la protezione da ingerenze di organizzazioni terroristiche come Hamas la cui prima ragione d’essere è quella di eliminare la nazione ebraica; infine, nodo cruciale: l’indivisibilità di Gerusalemme come capitale dello Stato Ebraico. Gerusalemme, cito letteralmente la Dichiarazione del Senato della Repubblica Italiana, «deve rimanere aperta alle persone di ogni fede. Solo la sovranità ebraica su Gerusalemme può garantire che la Città Antica e i Luoghi Sacri sino protetti. La Città Antica era completamente preclusa ai credenti ebrei durante l’occupazione giordana (1948-1967), periodo in cui molte sinagoghe furono distrutte e profanate. Lo stesso potrebbe avvenire se “Gerusalemme est” cadesse sotto il controllo palestinese».
Un forte movimento di intercessione da parte cristiana si è levato affinché questa Conferenza venga annullata: Tom Hess e il suo ministero di intercessione per Israele, da Gerusalemme, hanno proclamato un digiuno di 40 giorni che terminerà il 9 agosto prossimo. David Wilkerson, pastore evangelico statunitense di fama internazionale, prima di lasciare questo mondo, ha dichiarato che la divisione di Gerusalemme provocherebbe la terza guerra mondiale.
Come cristiani, qui in Italia, stiamo aderendo alla Lettera che il Senato della Repubblica Italiana ha preparato il 30 Giugno scorso, per il Segretario Generale delle Nazioni Unite. Con la collaborazione del Senatore Lucio Malan, la Prof.ssa Fogarollo, docente presso la Facoltà Pentecostale, nostra consorella, referente in Italia dell’Organizzazione olandese “Christians for Israel”, è riuscita ad organizzare un seminario nel Senato della Repubblica. Alla fine è stato presentato una Lettera-manifesto in inglese/italiano per sostenere Israele in questo momento storico e dire no alla decisione unilaterale dell’Onu di dividere Gerusalemme e togliere ulteriore territorio a questa nazione. Dal Senato è dunque stata avviata una raccolta di firme: il primo firmatario è stato il Presidente Sen. Marcello Pera, seguito dal Sen. Lucio Malan, Sen. Luigi Compagna, On. Magdi Cristiano Allam, Dr. Andrew Tucker, Direttore di Christians for Israel International, ecc.
Si può aderire alla petizione attraverso vari punti di raccolta firme. Via Internet, possiamo indicare il sito di Magdi Cristiano Allam www.ioamolitalia.com dove al centro della pagina web compare la finestra “Viva Israele”.
Purtroppo i tempi sono strettissimi: entro la fine di Agosto, la petizione deve essere riconsegnata.
La Bibbia dice in Zaccaria 12, 1-3: «Così dice l’Eterno che ha disteso i cieli, posto le fondamenta della terra e formato lo spirito dell’uomo dentro di lui: “Ecco io farò di Gerusalemme una coppa di stordimento per tutti i popoli circostanti; e saranno pure contro Giuda, quando cingeranno d’assedio Gerusalemme. In quel giorno avverrà che io farò di Gerusalemme una pietra pesante per tutti i popoli; tutti quelli che se la caricheranno addosso, saranno interamente fatti a pezzi, anche se tutte le nazioni della terra fossero radunate contro di lei”».
Come discepoli di Gesù, non abbiamo alcuna scelta, occorre avere il coraggio esporci pubblicamente in favore dello Stato d’Israele. Vi lascio con una citazione di Martin Luther King: «Lascia che le mia parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei».
Ogni firma è una goccia preziosa da non sottovalutare. Vi ringrazio anticipatamente per l’adesione, certa che ci troveremo tutti uniti in questo obiettivo, un mondo di benedizioni a ciascuno di voi,
Shalom ‘al Israel, sia pace su Israele,
Silvia Baldi Cucchiara

Sulla crocifissione di Gesù

Non di rado nell’affrontare gli argomenti centrali del dialogo ebraico-cristiano, incorro nel perpetuarsi di ombre e pregiudizi antichi, direi ancestrali, sotterrati magari da tanta buona volontà che peraltro da sola, non riesce a illuminare certe zone buie. Poi d’un tratto, inaspettatamente e dolorosamente, quei fantasmi fuoriescono  irrisolti in tutta la loro gravità e pesantezza. Lo si evince da certi commenti e dai quesiti “ingenui” che talvolta mi vengono posti  durante gli incontri o le lezioni che tengo.
Lungi dal voler presentare un contributo definitivo, e consapevole dell’incompletezza di ogni conoscenza umana (I Co.13,9), ho sentito fortemente il desiderio di affrontare in questa sede uno dei nodi cruciali del dialogo ebraico-cristiano: la crocifissione di Gesù. Incompiutamente non significa irresponsabilmente. Esporrò dunque le mie opinioni correlandole di fonti e di una bibliografia essenziale ragionata. Ogni riflessione che voglia aggiungersi a questa, sarà bene accetta, purché rispettosa nei toni e nei modi.
Con questo  mio breve, mi rivolgo a tutti gli uomini di buona volontà che perseguono un cammino di verità affinché insieme si possa collaborare aiutandosi a distinguere il bene dal male per scegliere la vita (De. 30,19).
Concordando pienamente con quanto scritto da Christian Weise nella sua postfazione all’importante tesi storiografica di Chaim Cohn (pp. 379-394), anch’io ritengo che una delle radici fondamentali dell’antiebraismo cristiano trova la sua ragione d’essere nella rappresentazione neotestamentaria della crocifissione di Gesù. Da quasi tre secoli, prima infatti era un completo tabù, la storiografia si è fortemente concentrata sulla figura del Rabbi di Nazareth, ma è soprattutto nell’ultimo ventennio che si è visto il fiorire di studi innovativi, di grande impegno e valore. Assieme a Cohn, riducendo all’osso la lista degli emeriti studiosi, ricordo Sanders, Vermes, Theissen, Flusser, Rendtorff, Baeck, Barbaglio, Ben-Chorin, ecc.
Senza entrare nei dettagli, per quanto riguarda le circostanze della crocifissione di Gesù, si può dire che gli studiosi neotestamentari cristiani abbiano raggiunto un terreno di consenso minimale: il nucleo certo è che Gesù è stato crocifisso. Da ciò si può concludere che venne arrestato e ne seguì una procedura giudiziaria, e che tale procedura fu certamente romana. Ciò perché la crocifissione era una pena capitale romana, non ebraica. Da un punto di vista strettamente storico, sullo svolgimento degli avvenimenti tutto il resto è dubbio (Hans Conzelmann).
La ricchezza investigativa apportata dagli studiosi ebraici, di cui Cohn è solo uno dei maggiori esponenti, è sempre tesa a riconsegnare Gesù agli ebrei, collocandolo con entrambe le gambe nella tradizione dell’ebraismo e sottolineando che Gesù «visse e morì da ebreo osservante» (Flusser). Non sorprende che queste e analoghe interpretazioni ebraiche, siano state spesso ritenute provocatorie dai cristiani e non di rado siano state condannate come apologetiche come se gli studiosi ebraici, nella loro qualità di ebrei non siano di per sé capaci di formulare giudizi seri dal punto di vista scientifico, mentre i teologi cristiani possano emettere i loro giudizi senza timore, come garanti in sé di una maggiore imparzialità (Weise).
Di fatto, in duemila anni di storia del cristianesimo, fiumi di vendetta e di sangue sono stati versati da parte cristiana contro gli ebrei dietro il grido di accusa: “gli ebrei hanno ucciso Gesù”. Tutt’oggi non riesco a rimanere indifferente alla violenza insita in questa affermazione e poco importa se a lanciarla sia uno studente, un credente o un ben pensante, se lo faccia più o meno consapevolmente o quant’altro. Occorre affrontare e, se necessario, riaffrontare la questione alla radice perché ogni mancanza di verità danneggia in due direzioni: colui che la pronuncia e colui che la riceve.
Ogni pregiudizio va innanzitutto smascherato affinché sia riconosciuto in quanto tale. Esso ha l’obiettivo subdolo di travestirsi di un’apparenza di bene per seminare il male. Cambia forma nei secoli ma ha la stessa radice e con una modalità sempre identica, oserei dire ossessiva, tende a suddividere gli esseri umani in raggruppamenti chiusi e isolabili, tali da renderli facilmente identificabili in giusti o sbagliati. Si tratta della riproduzione sistematica del cosiddetto “capro espiatorio”, analizzato e studiato nei processi sociologici, fenomeno che ancora oggi purtroppo riscuote grande consenso. Esso permette di deresponsabilizzare una parte, consentendole a sua volta di sfogare su una contro parte disprezzo, odio e vendetta in maniera del tutto apparentemente giustificata:  un falso storico che ha deviato milioni di esseri umani nel corso delle varie epoche. Assume varie forme ma ha le stesse modalità, che sia contro i cristiani nei paesi islamici, contro gli zingari, gli armeni, i curdi o altri “diversi” in altre parti del mondo.
La crocifissione di Gesù, di per sé un tema delicato e scottante per tante collettività, costituisce un terreno fecondissimo di male interpretazioni. Si è costruita per esempio tutta una teologia sul popolo ebraico a partire dall’affermazione contenuta nel Vangelo di Matteo (27,25), pronunciata da alcuni giudei al momento del processo di Gesù: «E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli”». Il sangue di Gesù non ha mai gridato e mai griderà vendetta. Dal punto di vista teologico, la croce di Cristo è la manifestazione più alta, vera e concreta dell’amore di Dio per l’umanità e per mezzo di essa, ogni essere umano che l’accetti (Gv. 1,12), viene riconciliato a Lui. Eppure una dottrina di odio e di disprezzo è stata incentrata su questo unico versetto che, tra l’altro, compare solo nel Vangelo di Matteo, ignorando tutto l’insegnamento paolino (Ro. 9-11) e perfino le parole che Gesù stesso pronunciò subito dopo la scena del processo, pregando sulla croce per quelle stesse persone che lo stavano crocifiggendo, quando disse: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lu. 23,34).
La responsabilità per la crocifissione di Gesù è attribuita con molta attenzione da San Pietro nel libro degli Atti degli Apostoli (4,27-28): «Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse». Essa è chiaramente attribuita: (1) ad alcuni ebrei che furono responsabili per la crocifissione di Gesù; (2) a Erode, Ponzio Pilato e altri pagani che essendo tra l’altro i dominatori effettivi, i governanti di quel tempo sulla terra d’Israele, a loro spettava l’ultima parola; (3) a Dio Onnipotente che la preordinò come unico mezzo di salvezza per l’umanità (Ap. 13,8); (4) a Gesù stesso che riguardo alla sua vita disse: «Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. 10,18); (5) infine a noi credenti che dobbiamo considerare il nostro personale coinvolgimento in tutto questo poiché la Scrittura insegna che «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is. 53,5).
La croce di Gesù assume dunque un valore così cruciale e universale che non dovrebbe  meravigliare come tanti pregiudizi abbiano cercato e tutt’ora tentino di offuscarne l’immagine e deviarne il significato.
Infine occorre almeno accennare alla recente riscoperta della dimensione ebraica della storia della passione dell’ebreo Gesù di Nazareth, la sfida, cioè, di inserire seriamente la croce nel contesto della storia delle sofferenze del popolo ebraico attraverso i secoli, «quella croce che l’antiebraismo, da simbolo dell’amore e del perdono divino, ha trasformato in simbolo del rifiuto ebraico di Gesù e della colpa collettiva del popolo ebraico» (Wiese, p. 392). Invece di concepirla come destino provocato dagli ebrei nel quale i romani furono coinvolti semplicemente come riluttanti esecutori, essa deve essere intesa come destino ebraico: Gesù morì da ebreo, provò sul suo corpo ciò che molti ebrei prima e dopo di lui hanno provato per mano dei pagani e per mano di cristiani pagani. Morendo, Gesù è entrato appieno nel destino del popolo di Dio, legandosi così indissolubilmente al suo popolo fino a congiungere in un mistero divino, umanamente insondabile, la passione di Gesù e la passione del popolo ebraico fino alla Shoà.
Aver trascurato e persino rinnegato le radici ebraiche del cristianesimo ha condotto a una grave devianza del messaggio evangelico che solo a partire da una rilettura autenticamente rispettosa delle proprie origini si potrà rettificare. In questo cammino di ripristino, ciascun cristiano progressivamente potrà comprendere che la sua identità non si fonda sul fatto di essersi contrapposto o sostituito ad Israele ma di essere stato incluso in questa nuova alleanza fin dall’inizio (Ge. 12,3).
Shalom ‘al Israel, sia pace su Israele.

Bibl. essenziale: SHALOM BEN CHORIN, Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno, trad. it, Morcelliana, Brescia 2000 (1° ed. tedesca 1967);  CHAIM CHON, Processo e morte di Gesù. Un punto di vista ebraico, trad. it, Giulio Einaudi editore, Torino 200; MURRAY DIXON, Israel, Land of God’s Promise, Sovereign World, England 1988;  DAVID FLUSSER, Jesus, trad. it., Morcelliana, Brescia 1997 (1° ed. tedesca 1968); MAURO PESCE, Il cristianesimo e la sua radice ebraica, Ed. Dehoniane, Bologna 1994; MICHEL REMAUD,  Cristiani di fronte a Israele, trad. it., Morcelliana, Brescia 1985; M. REMAUD, Israel, Servant of God, T&T Clark LTD, London, 2003 (1° ed. francese  1983).
Le citazioni bibliche sono tratte da La Bibbia di Gerusalemme, Ed. Dehoniane, Bologna 1985.

Silvia Baldi Cucchiara

Appropriazione e pregiudizio

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Silvia Baldi Cucchiara

“Dall’appropriazione indebita all’espropriazione: alle radici della formazione del pregiudizio antiebraico nel cristianesimo”.   
Estratto della relazione tenuta per l’Associazione Adei-Wizo – Donne Ebree d’Italia, a Livorno il 28 Aprile 2011.

Saluti e ringraziamenti: alla Presidente dell’Adei-Wizo di Livorno Silvia Ottolenghi Bedarida, alla Prof.ssa Daniela Sarfatti, a Guido e Carla Guastalla per l’accoglienza e a tutta la Comunità ebraica di Livorno. (…)
Mi chiamo Silvia Baldi e da circa venti anni mi occupo di “Radici Ebraiche del Cristianesimo”, in particolar modo all’Università di Firenze e presso la Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose ad Aversa (CE),  dove da quest’anno mi è stato affidato anche un corso di Storia dell’Amicizia Ebraico-Cristiana, argomento di discussione della mia tesi di laurea nel 1992, che ha rappresentato per me la carta d’ingresso in un ambito di ricerca che ritengo un vero privilegio percorrere.
Nel mio percorso formativo, parallelamente allo studio universitario, si sono concatenati alcuni fatti importanti e molto particolari, che mi hanno permesso di crescere non solo da un punto di vista intellettuale e conoscitivo ma anche come persona, contribuendo cioè a sviluppare in me una sensibilità, direi, un po’ più affinata del solito riguardo all’argomento. Questi fatti in particolare sono stati:  la conoscenza di una compagna di università ebrea, Lia Servi, con cui siamo diventate carissime amiche; e i ripetuti viaggi, tra cui un soggiorno prolungato di un anno, nella terra d’Israele, Eretz Israel. Ad oggi, con mio marito qui presente, posso dire in tutta tranquillità che Israele è per noi e  per la nostra famiglia, la nostra seconda casa.
Devo ad Israele, e dunque al popolo ebraico,  tutto quello che di più bello e di più prezioso ho: (1) la fede cristiana riscoperta ma è più esatto dire scoperta per la prima volta, attraverso Israele,  nella sua pienezza e interezza; (2) il valore recuperato della sacralità della vita che purtroppo per trascorsi famigliari dolorosi (sono orfana di madre e di padre) avevo completamente perduto e c’è stato un periodo per me in cui parlare di valore della vita non aveva pressoché alcun senso. Israele, gli stessi amici della Comunità ebraica di Firenze, mi hanno aiutato a recuperare questo valore; (3) infine il recupero di un senso di identità profondamente radicato, di quella che io chiamo la coscienza radicata che mi ha permesso e mi permette tutt’oggi di essere una fonte di benedizione anche per gli altri. 
In qualsiasi ambito mi trovi ad operare, sostengo sempre la stessa cosa: approfondire e conoscere le radici ebraiche del cristianesimo non può e non deve essere ritenuto un ambito di studio specialistico.
Purtroppo, troppo spesso, scusate il gioco di parole,  i cristiani si sono appropriati di categorie ebraiche senza neanche dire grazie. Questo è avvenuto sia in ambito religioso (con l’appropriazione delle Scritture ma non solo) che civile (istituzione di tribunali, ospedali ecc.). Il fenomeno che Rendtorff, emerito professore di Storia dell’Antico Testamento, chiama di appropriazione, ed io aggiungo appropriazione indebita, e la conseguente espropriazione di concetti e tesori ebraici da parte dei cristiani è purtroppo una storia lunga duemila anni.  Giancarlo  Rinaldi, in un interessante studio comparso in Quando i cristiani erano ebrei, parla dell’appropriazione di tutte le categorie portanti del cristianesimo, di concetti quali: Regno di Dio, Figlio dell’uomo, Messia, resurrezione, giudizio ecc. che non avrebbero alcun significato al di fuori del giudaismo.
La chiesa del resto, non intesa come istituzione gerarchica, né tanto meno come edificio architettonico, ma, nel senso più etimologico del termine ekklesia  in greco, kehilà in ebraico, congregation in inglese, intesa dunque come convocazione, assemblea di discepoli che riconobbero in Gesù, il loro Messia, non  nasce cristiana.
Il termine stesso “cristiano” è un’acquisizione posteriore rispetto all’origine del movimento. In tutto il Nuovo Testamento il termine compare solo tre volte (At. 11,26; 26,28; 1 Pt. 4,16) e sempre attribuito dall’esterno, cioè non è un nome scelto dagli aderenti al movimento ma un’etichetta, una denominazione  applicata da chi era al di fuori del movimento.  (…)
La chiesa dunque, intesa come assemblea di discepoli, nasce ebraica al cento per cento, con una localizzazione geografica specifica e non casuale, a Gerusalemme, circa duemila anni fa.
Il fondatore di questo movimento è un giovane ebreo, Gesù, nato a Betlemme di Giuda nel 4 prima dell’era cristiana. Il suo nome originale è Yeshua miNatzeret, Gesù di Nazaret, un tipo strano, particolare, come del resto accade, oggi come allora, a molti ebrei. I suoi genitori ebrei si chiamano Miriàm e Yosef. (…) Lo stesso nome Yeshua, in ebraico vuol dire Dio salva. Gesù in italiano, dal punto di vista etimologico, non vuol dire niente.
Ebrei erano Gesù e la sua famiglia. Rigorosamente ebrei erano i primi dodici apostoli (Mt. 10,1-6) e poi i settanta (Lu. 10,1) che si unirono, e i centoventi (At. 1,15; 2,5) che si trovarono nel Cenacolo nel giorno di Shavuot,  Pentecoste, che non è una festa inventata dai cristiani (quanti cristiani sanno questo?) ma è la festa mosaica del dono della Torà.  E ancora ebrei erano i tremila (At. 2,41) che si aggiunsero alla prima predicazione di Shimon Keifa, tradotto in italiano Simon Pietro. (…)
Peraltro, i cristiani, in particolare nel II secolo, un secolo che li vede occupati ad affrontare varie sfide come il problema della definizione della propria identità, la scelta di affermare o meno la continuità lineare tra Israele e la Chiesa e anche il problema della formazione del canone biblico. In questo tempo, che vogliamo dunque riconoscere carico di sfide, i cristiani non riuscirono a fare di meglio se non definire se stessi contro gli ebrei. 
Pensiamo a tutto il Tanach, le Scritture ebraiche (o Antico Testamento), di cui i cristiani si sono completamente appropriati fino ad espropriare completamente gli ebrei dalle loro Scritture, sostenendo che la Chiesa era diventata il verus Israel che avrebbe sostituito l’originario Israele, rigettato e maledetto da Dio. (…)
Come hanno fatto i cristiani ad appropriarsi così indebitamente di Scritture assolutamente non loro? Mediante l’uso dell’allegoria che fa dire tutto e il contrario di tutto.
L’allegorismo è una tecnica di lettura di testi che era nata in margine alla letteratura omerica. Il primo a leggere in chiave allegorica quanto era scritto riguardo agli dèi dei poemi omerici fu Teagene di Reggio nel VI sec. prima dell’era cristiana (Rinaldi in Piero Stefani, pp.87-89) . Questa tecnica nata per interpretare i miti omerici fu applicata dai cristiani sulle Scritture ebraiche per appropriarsi di questi testi e dare loro quello che fu poi riconosciuto come unico e vero significato delle Scritture. È Origene che teorizzerà compiutamente questa tecnica interpretativa che diverrà di uso normale in tutta la cristianità. È attraverso di essa che si diffonderà la teologia della sostituzione e cioè che tutte le benedizioni attribuite biblicamente ad Israele, con l’avvento del cristianesimo, sono passate integralmente alla chiesa. (…)
Questo tipo di comportamento (appropriazione ed espropriazione senza un minimo di riconoscimento) altro non è che furto. Per essere ancora più chiara ed esplicita, il cristianesimo stesso vissuto senza radice, sradicato dalla sua origine ebraica, altro non è che un furto e, in quanto tale  incapace di operare il bene che è chiamato a fare per diventare, peggio ancora, generatore di male. La Shoà, lo sterminio organizzato di sei milioni di vite umane, uc
cise semplicemente perché ebree (Jules Isaac) nel cuore dell’Europa sedicente cristiana è l’enorme iceberg di questo male. Ma prima di questo,  ci sono 1940 anni di storia dell’insegnamento del disprezzo perpetrato dal cristianesimo a danno degli ebrei.
Tutto questo, voi lo sapete meglio di me, non si cancella in un attimo con un colpo di spugna ed è criminoso affermare che appartenga solo al passato.  Per questo (…) la questione delle radici giudaico-cristiane (…) è importante soprattutto per i cristiani e la comprensione della loro stessa identità (…).
Il 24 marzo 1933 si instaurò in Germania la dittatura nazista. Due mesi dopo con il 70 per cento (Rentorff, p. 48) degli elettori cristiani a favore, fu fondata la Chiesa evangelica tedesca, cioè i cosiddetti “Cristiani tedeschi” o “Chiesa del Reich” che con l’obiettivo di superare il frammentarismo della chiesa evangelica volle trasformare la Federazione delle Chiese evangeliche tedesche in un’unica grande “Chiesa del Reich”. Vale la pena di sottolineare che il 70 per cento delle chiese vi aderirono. Nel manifesto rappresentativo dei Cristiani tedeschi venne chiesta l’abolizione dell’Antico Testamento, la de-giudaizzazione della chiesa e l’introduzione del «paragrafo ariano» che imponeva gravi limitazioni a pastori e funzionari della chiesa che fossero «non ariani» (R. Betghe e C. Gremmels, p. 66).
Solo una minoranza si rifiutò, tra questi il pastore teologo Dietrich Bonhoeffer che diede vita alla chiesa confessante poi divenuta illegale e clandestina, della Germania nazista. Lui ebbe a dire un giorno: “Soltanto chi alza la voce in favore degli ebrei ha il diritto di cantare il gregoriano”. Prima  del suo arresto e della sua esecuzione per ordine diretto di Hitler, nel campo di concentramento di Flossenburg, il 9 aprile 1945, 25 dei suoi studenti furono chiamati alle armi  e cadranno sul fronte (Bonhoeffer, p.18). Bonhoeffer ha lasciato un patrimonio immane di riflessione nelle opere che ha scritto prima e durante la prigionia. Invito prima di tutto  i cristiani a prenderle in considerazione.
Prendo come esempio la chiesa evangelica tedesca perché io stessa appartengo a questa denominazione e credo sia importante che ciascuna confessione cristiana impari ad ammettere le proprie responsabilità. Peraltro la Germania di oggi rappresenta uno dei paesi europei maggiormente coinvolti nella lotta contro l’antisemitismo e nel sostegno incondizionato verso lo Stato d’Israele come lo ha più volte dimostrato il cancelliere tedesco Angela Merkel.
Non possiamo permetterci il lusso di scandalizzarci: il 70 per cento delle chiese evangeliche  aderì alla Chiesa del Reich, anche dietro il miraggio di una fantomatica chiesa grande e unita che in nome di questa supposta unità ebbe a sacrificare il bene più grande: Cristo stesso. Io non posso sapere da che parte sarei stata allora. Veramente non lo posso sapere. Tremo al solo pensiero Ma ho il dovere di vegliare su me stessa, sui miei confratelli e su tutto ciò che mi circonda affinché certe cose non si ripetano più e, in ogni caso,  per sapere con assoluta certezza, da che parte stare:
“Sei un discepolo di Gesù? Allora mostra un briciolo di coraggio: stai pubblicamente e incondizionatamente dalla parte di Israele”. Non sarà certamente una scelta popolare da 70 per cento ma almeno, riguardo a questo, potremo essere sicuri di fare sonni tranquilli.

Un cordiale shalom a tutti

Bibl. essenziale: ATTILIO AGNOLETTO, Storia del Cristianesimo, I.P.L., Milano 1981²; GIUSEPPE BARBAGLIO, Gesù ebreo di Galilea, Indagine storica, Edizioni Dehoniane,  Bologna 2003; DIETRICH BONHOEFFER, Una pastorale evangelica, Claudiana, Torino 2005²; (a cura di) RENATE BETGHE E CHRISTIAN GREMMELS, Dietrich Bonhoeffer, Una biografia per immagini, trad. it., Claudiana, Torino 2005; MURRAY  DIXON, Israel, Land of God’s Promise, Sovereign World, England 2006²; SALOMON MALKA, Gesù riconsegnato agli ebrei, Piemme, Asti 2000;  ROLF  RENDTORFF, Cristiani ed ebrei oggi, trad. it., Claudiana, Torino 1999; (a cura di) PIERO STEFANI, Quando i cristiani erano ebrei, Morcelliana, Brescia 2010.

 

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Radici giudaico-cristiane

Silvia Baldi Cucchiara                                                                                        2 Aprile 2011
Radici giudaico-cristiane

   La questione delle radici giudaico-cristiane è centrale nella definizione di un’identità cristiana sana e matura. Il suo valore non dipende dal fatto che si sia o meno cristiani osservanti, laici o religiosi e, a mio avviso, travalica l’appartenenza stessa ad una comunità di fede cristiana o ebraica che sia.  È piuttosto un perno strategico per la comprensione e la ridefinizione di ogni identità e uno strumento prezioso per l’affermazione equilibrata di valori sani.
   In quanto tale, occorre comprendere che la questione non è importante tanto per fare del bene agli altri,  ma che è essenziale per ciascuno di noi, per chiunque voglia maturare un’identità completa e aperta, non condizionata da trappole ideologiche ma disposta a crescere in profondità, attraverso un confronto autentico e responsabile, per portare, come un albero ben piantato, buoni frutti in alto.
  Non stupisce che tra le motivazioni trainanti dell’impegno giornalistico e poi politico di Magdi Cristiano Allam, vi sia la difesa del diritto all’esistenza dello Stato ebraico. Viva Israele è stato pubblicato nel 2007 e il suo contenuto è tutto squisitamente laico. Parte dall’analisi sconcertante ma pulita della campagna di criminalizzazione di Israele, propagandata in Egitto da Nasser, per approdare al grido di difesa del valore della sacralità della vita, un anello così intimamente legato, ed io aggiungo misteriosamente congiunto, alla difesa del diritto di Israele ad esistere.
   Il grido di Allam, come il mio, non è fine a sé stesso. Non è solo per gli altri. Non si limita a guardare al bene d’Israele. Ma è proprio partendo dalla comprensione di quanto sia personalmente di vitale importanza affrontare, investigare e comprendere il senso delle radici giudaico-cristiane,  che scaturisce la forza e l’intensità  di quello che poi diventa un grido di allarme per le tutte le coscienze libere indipendentemente dal loro colore politico o credo religioso. Dico sempre che libri come Viva Israele  salvaguardano prima di tutto la mia incolumità e garantiscono un livello di vita qualitativamente alto e cioè basato su concetti essenziali come l’essere e non l’avere.
   La questione delle radici giudaico-cristiane educa prima di tutto il cristiano a sviluppare un concetto sobrio della propria identità non pericolosamente incentrato su se stesso ma inserito in un contesto molto più ampio e profondo: l’ebraismo. La storia della salvezza procede in successione. L’ebraismo precede il cristianesimo. E ciò non rappresenta una minaccia, come purtroppo è stato considerato ed insegnato dal cristianesimo per circa duemila anni,  ma è una garanzia di solido e sicuro fondamento.
   La difesa delle radici giudaico-cristiane pertanto non mette a repentaglio la mia identità cristiana ma al contrario la rivitalizza, conferendole quella linfa di verità che conduce alla libertà e produce frutti di giustizia, secondo la promessa fatta ad Abramo: “Ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione. E benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà; e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Ge. 12, 2-3).
   Ricevuto da un’amica israeliana con preghiera di diffusione, allego un link di un breve video della squadra medica israeliana operante in Giappone. “Chi salva una vita umana è come se salvasse il mondo intero”, recita un detto talmudico.  http://www.youtube.com/user/idfnadesk
   Shalom ‘al Israel, sia pace su Israele.

Negazionismo

Silvia Baldi Cucchiara
L’introduzione del reato di negazionismo

       Da Moked – Il portale dell’ebraismo italiano, di Sabato 12 marzo 2011, si viene a conoscenza di un’importante proposta di legge, avanzata da Angelino Alfano, Ministro della Giustizia, e da lui condivisa con il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: l’introduzione anche in Italia del reato di negazionismo. Negare la Shoà (il genocidio di sei milioni di persone, sterminate durante la II guerra mondiale, nel cuore del vecchio continente Europa, solo perché ebree) non è una semplice opinione che come altre può essere arbitrariamente contestata “ma il risultato di un’ideologia che si colloca all’opposto dei valori alla base della nostra costituzione e degli ordinamenti democratici del dopoguerra”. Alfano afferma che “il ragionamento è sostenuto dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui coloro che fanno un uso perverso della libertà di espressione non possono pretendere di avvalersi di tale beneficio. Per utilizzare una locuzione cara agli studiosi potremmo parlare di un vero e proprio abuso del diritto che in quanto tale non può ricevere tutela e deve essere anzi contrastato”. Pertanto Alfano si impegna “a promuovere presso il Ministero della Giustizia, un comitato di esperti che provveda alla stesura di un apposito disegno di legge” in materia. Certamente, spiega il Ministro, non si tratterrà di punire e perseguire coloro che, nel privato, vogliano negare la Shoà. Ma se la negazione avvenisse in luoghi istituzionali o dove si insegna, allora andrà perseguita “per far comprendere dove è lo spartiacque tra chi insegna la verità e chi diffonde le menzogne”.
  Niente di più coerente con quanto è sostenuto dal Presidente Magdi Cristiano Allam che dell’affermazione delle radici giudaico-cristiane ha fatto un pilastro fondante di “Io Amo l’Italia”. Ma Allam si spinge ancora oltre, auspicando che il Parlamento Europeo formuli una proposta di legge secondo cui, attentare all’esistenza dello Stato d’Israele è da considerarsi un crimine contro l’umanità. 
   Non si tratta, come apparentemente potrebbe sembrare, di una questione di parzialità ma di un principio non negoziabile: se è vero che nessun popolo o nazione può o deve rivendicare maggiori diritti su un altro, per nessuna ragione si può accettare il ricatto islamico per cui l’esistenza di uno Stato palestinese debba implicare la mancanza di  legittimità di quello israeliano.
  Auspichiamo l’avanzamento di entrambe le proposte ed esprimiamo al Ministro Alfano e al Presidente M.C. Allam tutto  il nostro apprezzamento per il coraggio mostrato nella riaffermazione di un’identità schierata per la verità, portatrice di regole e valori.

“Massacri di cristiani nel mondo: quale risposta dall’Europa?” – San Miniato (PI), 29 gennaio 2011

Intervento di Silvia Baldi Cucchiara – Coordinatrice nazionale di ALI per le relazioni con le Chiese Evangeliche e le Comunità Ebraiche in Italia

Un saluto e un ben trovati a tutti,
prima di addentrarmi nell’intervento, desidero sottolineare che questo nostro incontro, cade in una settimana particolare dedicata alla “Giornata della memoria” della Shoà, i crimini nazisti che hanno visto lo sterminio di sei milioni di persone uccise semplicemente perché ebree, nel cuore del nostro continente e, nella liturgia, la settimana per l’unità dei cristiani.
Mi allaccio inoltre all’invito che il nostro capo dello Stato, Presidente G. Napolitano, ha rivolto all’inizio di quest’anno, a tutti gli italiani, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, quello cioè di riprendere coscienza delle radici della nostra storia. Poiché mi occupo in particolare di radici ebraiche del cristianesimo, ho pensato che il contributo migliore che potessi offrire a questa nostra conferenza, fosse quello di ripercorrere alcune tappe importanti sull’origine e il primo sviluppo del cristianesimo. Non perché si sia o si debba essere tutti cristiani ma proprio perché, a prescindere da ciò in cui crediamo, il giudeo-cristianesimo è e rimane un pilastro assolutamente fondante della nostra società di cui tutti dobbiamo approfondire la portata e il significato. Porto dunque questo mio contributo ai tragici fatti recentemente avvenuti e tuttora in atto contro i cristiani in tanti paesi di area islamica, con la speranza, che per me è una certezza, che conoscere meglio la storia ci aiuti a prevenire e a combattere il male.
La chiesa, intesa non tanto come istituzione gerarchica ma come assemblea di discepoli che riconoscono in Gesù il Messia d’Israele e il salvatore dell’umanità,  nasce con una localizzazione geografica precisa e non casuale a Gerusalemme, circa duemila anni fa. Il fondatore di questo movimento è un giovane ebreo, tale Yeshua mi Natzeret, Gesù di Nazaret. I discepoli che si raccolgono accanto a Lui credono che questo loro giovane maestro sia morto sulla croce come sacrificio espiatorio del peccato degli uomini e che dopo tre giorni sia risorto. Ciò che desta maggiore scalpore e preoccupazione presso le autorità civili romane e quelle religiose giudaiche del tempo è soprattutto il fatto che, nonostante la morte del fondatore, in tutta la regione, nel Suo nome, continuino ad accadere fatti straordinari, guarigioni, liberazioni e miracoli, che gettano scompiglio tra la popolazione. Questi dodici discepoli sono tutti ebrei. Anche Miriam, madre di Gesù, e Yosef, il padre putativo, sono a loro volta ebrei.
Secondo il racconto dei discepoli, una volta risorto, il maestro appare loro per 40 giorni e l’ultima volta, Gesù lascia loro il cosiddetto “grande mandato”, le Sue ultime volontà (Mt. 28): «Andate dunque e fate discepoli di tutte le nazioni insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho comandato..».
Nonostante il mandato evangelistico, i discepoli continuano a restare a Gerusalemme e non sembra abbiano affatto intenzione di muoversi di là, almeno inizialmente.
Succedono peraltro due fatti importanti. Il primo, durante la Pentecoste: si tratta della festa ebraica  che ricorda il dono della Torà a Mosè sul M. Horeb, e il gruppo dei giudeo-cristiani,  in  centoventi, si ritrovano insieme, tutti rigorosamente ebrei, per la celebrazione. Siccome era una festa di pellegrinaggio, in cui cioè era di precetto recarsi a Gerusalemme, i giudeo cristiani riunitisi per l’occasione provenivano dalle più svariate nazioni dell’impero.
Quello su cui desidero soffermare l’attenzione è proprio l’elenco delle nazioni, citate nel libro degli Atti 2, 9-11, da cui provenivano questi ebrei: “Noi Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Galilea, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia che è di fronte a Cirene e noi residenti di passaggio da Roma, Giudei e proseliti (convertiti all’ebraismo), Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue”.
Sono versetti importanti, una delle tante attestazioni storiche dell’estensione della diaspora ebraica al tempo di Gesù, che risale al 586 a.C. Nella lista compaiono molti di quei paesi che oggi destano in noi tanta preoccupazione e sono in un clima continuo di guerra civile.
Questi giudeo-cristiani di varia provenienza, quando rientrarono nelle loro comunità giudaiche d’origine annunciarono ai loro fratelli la follia del vangelo, alcuni l’accoglievano e altri no, ma comunque così si crearono le basi di appoggio per l’evangelizzazione di tutto quel mondo.
Il secondo fatto importante fu lo scatenarsi delle persecuzioni contro i giudeo-cristiani, a Gerusalemme, la lapidazione di Stefano, tanto per intenderci. Ecco che da allora, fuggirono in gran massa adempiendo, loro malgrado al mandato che Gesù aveva loro consegnato.
Chiaramente non fuggivano a caso ma si recavano nelle comunità giudaiche presenti nella diaspora e da lì iniziavano il processo di evangelizzazione. L’apostolo Paolo così fece ad Antiochia, Efeso, Filippi,  Tessalonica, Atene, Corinto fino a Roma. Prima fu evangelizzato l’Oriente e poi l’Occidente. Guardando ad Occidente Paolo scelse Roma come avamposto perché si trattava della capitale dell’impero e vantava la più antica comunità ebraica d’Europa, le cui origini risalgono alla conquista romana nel I sec. a.C. L’apostolo Paolo infatti si rivolge ad una comunità mista fatta di giudei-cristiani e pagani convertiti al Vangelo.
L’espansione evangelistica dei primi secoli è impressionante: l’Armenia è la prima nazione, nel 301 a dichiararsi ufficialmente cristiana, grazie alla predicazione in lingua armena del fondatore del cristianesimo armeno, Gregorio l’Illuminatore, creando così un legame etnico molto forte  tra vangelo, lingua e dunque popolo armeno. Qui debbo aprire una parentesi sul genocidio degli armeni compiuto da parte del governo dei giovani turchi all’inizio del ‘900. In Turchia è ancora giudicato reato parlare di responsabilità turche nel genocidio del popolo armeno costato un milione e mezzo di morti e la diaspora dei superstiti.
In India, dove vi erano delle colonie giudaiche, la diffusione del Vangelo è attestabile fin dal II sec. e  viene fatta risalire all’eredità dell’apostolo Tommaso, l’irriducibile ebreo che tanto filo da torcere diede a Gesù riguardo alla Sua resurrezione.
In Persia, vi è una tradizione cristiana ricchissima. Nel II sec. quando ancora il canone del Nuovo Testamento era in piena elaborazione e non circolavano tanto facilmente gli scritti, la chiesa dell’Asia possedeva già una versione siriaca dell’Antico Testamento, chiamata Peshitta per cui l’opera evangelistica avveniva su radice giudaica (l’A.T.) in lingua siriaca.
Anche in Africa, laddove vi erano colonie giudaiche, ecco che si diffonde il Vangelo a macchia d’olio: in Egitto con il centro di Alessandria e poi più ad ovest, a Cartagine, poi nel sud, in Nubia, fino all’Etiopia e l’Uganda.
Questo solo per tracciare un’idea di ciò che avvenne fino al 301.
Per evangelizzare non venivano usate strategie particolari. Il sistema più efficace fu il passa parola.
Tutto questo, non senza incontrare difficoltà e persecuzioni,  fino all’espansione islamica.
Con Maometto si arrivò alla conquista islamica che non avvenne esattamente di bocca in bocca ma  attraverso le armi, mediante l’assoggettamento forzato dei popoli. E fu veramente un cataclisma: Maometto morì nel 632. Sessant’anni dopo la sua morte, il dominio musulmano si era già esteso in gran parte di quello che era stato il Nord Africa romano. Poi, lo sappiamo bene, conquistarono la Spagna e, ad est si spinsero fino a Venezia. Se non era per Carlo Martello, che nel 732 respinse gli arabi a Poitiers, oggi potremmo essere tutti quanti sotto la shaaria.
Concludo la parte storica con un’affermazione che può sembrare paradossale ma in cui credo fermamente: chi vuole cancellare il volto di Dio dall’umanità, consapevolmente o meno, deve cominciare dagli ebrei per proseguire contro i cristiani. Dal 1948 in particolare, con la fondazione dello Stato d’Israele, migliaia di ebrei che risiedevano nei paesi islamici sono stati costretti a fuggire pena la morte. In Egitto, Tunisia, Libia, Arabia, Yemen, ecc. oggigiorno sono pochissimi gli ebrei che vi risiedono mentre i cristiani  sono diventati sempre più l’oggetto delle persecuzioni. Parallelamente cresce l’odio verso Israele, lo Stato ebraico.
Capite bene che questa è una battaglia più grossa di noi. Ma noi non siamo soli. Dobbiamo però scegliere, oggi più che mai,  da che parte schierarci prima che sia troppo tardi.
Questa non è una battaglia contro i musulmani ma anzi è anche in loro favore.
Nella pratica, cosa possiamo fare?
Prima di tutto, come coordinatrice delle relazioni con le chiese evangeliche desidero fare un appello all’unità dei cristiani. Magdi Cristiano ci offre una piattaforma concreta di confronto e di collaborazione per un’unità rispettosa delle diversità che si traduca in azione politica.
Partendo da un confronto leale sui valori essenziali in cui crediamo maggiormente (dalla sacralità della vita, alla libertà di pensiero e religione, dalla famiglia naturale al rispetto per le categorie più deboli) occorre appoggiare un programma di azione che si ispiri a quei principi e sia il più coerente possibile. Nessuno è perfetto ma abbiamo il dovere di portare avanti questa opera scegliendo responsabilmente da che parte stare impegnandoci individualmente per un autentico sviluppo morale del nostro paese e dunque per la sua vera crescita.

Grazie per l’attenzione, Silvia Baldi Cucchiara

Intervento di Silvia Baldi Cucchiara – Coordinatrice nazionale di ALI per le relazioni con le Chiese Evangeliche e le Comunità Ebraiche in Italia

Un saluto e un ben trovati a tutti,
prima di addentrarmi nell’intervento, desidero sottolineare che questo nostro incontro, cade in una settimana particolare dedicata alla “Giornata della memoria” della Shoà, i crimini nazisti che hanno visto lo sterminio di sei milioni di persone uccise semplicemente perché ebree, nel cuore del nostro continente e, nella liturgia, la settimana per l’unità dei cristiani.
Mi allaccio inoltre all’invito che il nostro capo dello Stato, Presidente G. Napolitano, ha rivolto all’inizio di quest’anno, a tutti gli italiani, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, quello cioè di riprendere coscienza delle radici della nostra storia. Poiché mi occupo in particolare di radici ebraiche del cristianesimo, ho pensato che il contributo migliore che potessi offrire a questa nostra conferenza, fosse quello di ripercorrere alcune tappe importanti sull’origine e il primo sviluppo del cristianesimo. Non perché si sia o si debba essere tutti cristiani ma proprio perché, a prescindere da ciò in cui crediamo, il giudeo-cristianesimo è e rimane un pilastro assolutamente fondante della nostra società di cui tutti dobbiamo approfondire la portata e il significato. Porto dunque questo mio contributo ai tragici fatti recentemente avvenuti e tuttora in atto contro i cristiani in tanti paesi di area islamica, con la speranza, che per me è una certezza, che conoscere meglio la storia ci aiuti a prevenire e a combattere il male.
La chiesa, intesa non tanto come istituzione gerarchica ma come assemblea di discepoli che riconoscono in Gesù il Messia d’Israele e il salvatore dell’umanità,  nasce con una localizzazione geografica precisa e non casuale a Gerusalemme, circa duemila anni fa. Il fondatore di questo movimento è un giovane ebreo, tale Yeshua mi Natzeret, Gesù di Nazaret. I discepoli che si raccolgono accanto a Lui credono che questo loro giovane maestro sia morto sulla croce come sacrificio espiatorio del peccato degli uomini e che dopo tre giorni sia risorto. Ciò che desta maggiore scalpore e preoccupazione presso le autorità civili romane e quelle religiose giudaiche del tempo è soprattutto il fatto che, nonostante la morte del fondatore, in tutta la regione, nel Suo nome, continuino ad accadere fatti straordinari, guarigioni, liberazioni e miracoli, che gettano scompiglio tra la popolazione. Questi dodici discepoli sono tutti ebrei. Anche Miriam, madre di Gesù, e Yosef, il padre putativo, sono a loro volta ebrei.
Secondo il racconto dei discepoli, una volta risorto, il maestro appare loro per 40 giorni e l’ultima volta, Gesù lascia loro il cosiddetto “grande mandato”, le Sue ultime volontà (Mt. 28): «Andate dunque e fate discepoli di tutte le nazioni insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho comandato..».
Nonostante il mandato evangelistico, i discepoli continuano a restare a Gerusalemme e non sembra abbiano affatto intenzione di muoversi di là, almeno inizialmente.
Succedono peraltro due fatti importanti. Il primo, durante la Pentecoste: si tratta della festa ebraica  che ricorda il dono della Torà a Mosè sul M. Horeb, e il gruppo dei giudeo-cristiani,  in  centoventi, si ritrovano insieme, tutti rigorosamente ebrei, per la celebrazione. Siccome era una festa di pellegrinaggio, in cui cioè era di precetto recarsi a Gerusalemme, i giudeo cristiani riunitisi per l’occasione provenivano dalle più svariate nazioni dell’impero.
Quello su cui desidero soffermare l’attenzione è proprio l’elenco delle nazioni, citate nel libro degli Atti 2, 9-11, da cui provenivano questi ebrei: “Noi Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Galilea, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia che è di fronte a Cirene e noi residenti di passaggio da Roma, Giudei e proseliti (convertiti all’ebraismo), Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue”.
Sono versetti importanti, una delle tante attestazioni storiche dell’estensione della diaspora ebraica al tempo di Gesù, che risale al 586 a.C. Nella lista compaiono molti di quei paesi che oggi destano in noi tanta preoccupazione e sono in un clima continuo di guerra civile.
Questi giudeo-cristiani di varia provenienza, quando rientrarono nelle loro comunità giudaiche d’origine annunciarono ai loro fratelli la follia del vangelo, alcuni l’accoglievano e altri no, ma comunque così si crearono le basi di appoggio per l’evangelizzazione di tutto quel mondo.
Il secondo fatto importante fu lo scatenarsi delle persecuzioni contro i giudeo-cristiani, a Gerusalemme, la lapidazione di Stefano, tanto per intenderci. Ecco che da allora, fuggirono in gran massa adempiendo, loro malgrado al mandato che Gesù aveva loro consegnato.
Chiaramente non fuggivano a caso ma si recavano nelle comunità giudaiche presenti nella diaspora e da lì iniziavano il processo di evangelizzazione. L’apostolo Paolo così fece ad Antiochia, Efeso, Filippi,  Tessalonica, Atene, Corinto fino a Roma. Prima fu evangelizzato l’Oriente e poi l’Occidente. Guardando ad Occidente Paolo scelse Roma come avamposto perché si trattava della capitale dell’impero e vantava la più antica comunità ebraica d’Europa, le cui origini risalgono alla conquista romana nel I sec. a.C. L’apostolo Paolo infatti si rivolge ad una comunità mista fatta di giudei-cristiani e pagani convertiti al Vangelo.
L’espansione evangelistica dei primi secoli è impressionante: l’Armenia è la prima nazione, nel 301 a dichiararsi ufficialmente cristiana, grazie alla predicazione in lingua armena del fondatore del cristianesimo armeno, Gregorio l’Illuminatore, creando così un legame etnico molto forte  tra vangelo, lingua e dunque popolo armeno. Qui debbo aprire una parentesi sul genocidio degli armeni compiuto da parte del governo dei giovani turchi all’inizio del ‘900. In Turchia è ancora giudicato reato parlare di responsabilità turche nel genocidio del popolo armeno costato un milione e mezzo di morti e la diaspora dei superstiti.
In India, dove vi erano delle colonie giudaiche, la diffusione del Vangelo è attestabile fin dal II sec. e  viene fatta risalire all’eredità dell’apostolo Tommaso, l’irriducibile ebreo che tanto filo da torcere diede a Gesù riguardo alla Sua resurrezione.
In Persia, vi è una tradizione cristiana ricchissima. Nel II sec. quando ancora il canone del Nuovo Testamento era in piena elaborazione e non circolavano tanto facilmente gli scritti, la chiesa dell’Asia possedeva già una versione siriaca dell’Antico Testamento, chiamata Peshitta per cui l’opera evangelistica avveniva su radice giudaica (l’A.T.) in lingua siriaca.
Anche in Africa, laddove vi erano colonie giudaiche, ecco che si diffonde il Vangelo a macchia d’olio: in Egitto con il centro di Alessandria e poi più ad ovest, a Cartagine, poi nel sud, in Nubia, fino all’Etiopia e l’Uganda.
Questo solo per tracciare un’idea di ciò che avvenne fino al 301.
Per evangelizzare non venivano usate strategie particolari. Il sistema più efficace fu il passa parola.
Tutto questo, non senza incontrare difficoltà e persecuzioni,  fino all’espansione islamica.
Con Maometto si arrivò alla conquista islamica che non avvenne esattamente di bocca in bocca ma  attraverso le armi, mediante l’assoggettamento forzato dei popoli. E fu veramente un cataclisma: Maometto morì nel 632. Sessant’anni dopo la sua morte, il dominio musulmano si era già esteso in gran parte di quello che era stato il Nord Africa romano. Poi, lo sappiamo bene, conquistarono la Spagna e, ad est si spinsero fino a Venezia. Se non era per Carlo Martello, che nel 732 respinse gli arabi a Poitiers, oggi potremmo essere tutti quanti sotto la shaaria.
Concludo la parte storica con un’affermazione che può sembrare paradossale ma in cui credo fermamente: chi vuole cancellare il volto di Dio dall’umanità, consapevolmente o meno, deve cominciare dagli ebrei per proseguire contro i cristiani. Dal 1948 in particolare, con la fondazione dello Stato d’Israele, migliaia di ebrei che risiedevano nei paesi islamici sono stati costretti a fuggire pena la morte. In Egitto, Tunisia, Libia, Arabia, Yemen, ecc. oggigiorno sono pochissimi gli ebrei che vi risiedono mentre i cristiani  sono diventati sempre più l’oggetto delle persecuzioni. Parallelamente cresce l’odio verso Israele, lo Stato ebraico.
Capite bene che questa è una battaglia più grossa di noi. Ma noi non siamo soli. Dobbiamo però scegliere, oggi più che mai,  da che parte schierarci prima che sia troppo tardi.
Questa non è una battaglia contro i musulmani ma anzi è anche in loro favore.
Nella pratica, cosa possiamo fare?
Prima di tutto, come coordinatrice delle relazioni con le chiese evangeliche desidero fare un appello all’unità dei cristiani. Magdi Cristiano ci offre una piattaforma concreta di confronto e di collaborazione per un’unità rispettosa delle diversità che si traduca in azione politica.
Partendo da un confronto leale sui valori essenziali in cui crediamo maggiormente (dalla sacralità della vita, alla libertà di pensiero e religione, dalla famiglia naturale al rispetto per le categorie più deboli) occorre appoggiare un programma di azione che si ispiri a quei principi e sia il più coerente possibile. Nessuno è perfetto ma abbiamo il dovere di portare avanti questa opera scegliendo responsabilmente da che parte stare impegnandoci individualmente per un autentico sviluppo morale del nostro paese e dunque per la sua vera crescita.

Grazie per l’attenzione, Silvia Baldi Cucchiara

L’uso di Cristo nella pubblicità: pessimo gusto mascherato d’eleganza

di Silvia Baldi Cucchiara

La campagna pubblicitaria reca la firma di Carlo Chionna, imprenditore bolognese di fama, di cui comprendo e in parte condivido pesi e motivazioni che l’avrebbero condotto ad impegnarsi in prima persona per la battaglia alla tutela legale del Made in Italy ma ciò che, oggi, i miei occhi hanno visto è decisamente troppo: inaccettabile, inqualificabile, dissacratorio e persino arrogante.

Stamani, in via del tutto eccezionale, mi sono recata a Firenze in macchina anziché in treno. Questo ha fatto sì che dovessi attraversare tutti i viali di circonvallazione, dalla Fortezza da Basso, tanto per intenderci, fino a Piazza Beccaria. È proprio qui che, a più riprese, mi sono imbattuta in un enorme manifesto pubblicitario recante una grossa croce in legno, con un uomo a torso nudo crocifisso e inciso sopra “DSMI” (da intendere: Dio salvi il Made in Italy). Accanto alla croce, a caratteri cubitali, vi è riportata la seguente iscrizione: “PERDONA LORO PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE INDOSSANO”. Ripeto: a più riprese. La città infatti è tappezzata di questi cartelloni che offendono il buon senso e il vivere civile, intaccando quei principi di fede che tutti quanti dovremmo rispettare indipendentemente dal nostro credo personale e dalla nostra religione.

Ognuno ha il diritto di combattere le proprie battaglie ma ci sono mezzi che, per quanto leciti possano sembrare, degradano il vivere civile e feriscono le nostre coscienze. Non dovremmo mai avvalerci di questi strumenti. Ciò che per lei è una “metafora creativa”, Sig. Chionna, è quello in cui credono milioni di persone al mondo e per cui tanti perdono la vita. Per il loro credo, il loro Gesù, ogni giorno milioni di cristiani rischiano la pelle, mentre lei, tutt’al più, ci rimette un marchio. Questo lo chiama il coraggio “di chi è disposto ad immolarsi pur di tutelare l’artigianalità completamente italiana e salvaguardare numerosi posti di lavoro” (cf. www.carlochionna.it )? Questo è piuttosto l’ennesimo specchio del degrado della coscienza cui siamo giunti in questa nostra Italia, una coscienza così abbrutita e contaminata, che talvolta non si rende neanche conto degli obbrobri che partorisce o a cui è sottoposta.

Lei chiede la tutela legale dell’abbigliamento Made in Italy. Io chiedo quella dei principi fondanti la nostra fede, la tutela di quel Cristo, che ha dato sé stesso per lei e per me, e che lei sta infangando ignobilmente, senza che nemmeno Lui possa difendersi. Qui non è in gioco la salvezza del Made in Italy, mi scusi tanto, ma molto, molto di più: è in gioco la dignità del nostro paese. Per amore di questa Italia, per cui sostiene di combattere, scelga armi più idonee, ritiri quei manifesti e offra a tutti una lezione di decenza. Vada a “sciacquarsi prima la lingua in Arno” invece di dire che è “disposto ad immolarsi” e la smetta di confondere il sacro con l’ignobile. Forse non raggiungerà lo stesso clamore altisonante ma avrà contribuito a ridare dignità ad un paese che sostiene la libertà religiosa e crede nella sacralità della vita.

Dio benedica l’Italia

Un filo rosso collega Alessandria a Gerusalemme

La comunità cristiana d’Alessandria nasce circa a metà del primo secolo, grazie all’opera evangelistica della stessa generazione apostolica. Fedeli al mandato ricevuto, di fare discepoli di tutti i popoli della terra, i dodici apostoli ebrei che riconobbero in Gesù il Messia d’Israele e il salvatore del mondo, partirono da Gerusalemme, verso la Samaria per poi raggiungere progressivamente Antiochia, Edessa, Arbela, Alessandria, Cartagine, fino agli estremi confini della terra. Diversamente da quanto la nostra forma mentale può ritenere, il cristianesimo conobbe la sua prima grande opera di diffusione in oriente e non in occidente grazie all’opera di evangelisti itineranti, di monaci missionari ma anche di tanta gente comune, uomini e donne di buona volontà, soprattutto mercanti, che spostandosi da un luogo all’altro fecero del loro passa parola la forma di evangelizzazione di maggior successo. Non si spostavano a caso ma cercavano dei punti di riferimento ben precisi. Si tratta delle comunità ebraiche della diaspora che sin dal VI sec. a.C. si erano diffuse a macchia d’olio in gran parte dell’ecumene. E’ impressionante notare il parallelismo che c’è tra una mappa delle comunità ebraiche nell’impero romano e la fondazione delle prime comunità cristiane: ognuna di esse nacque su ceppo ebraico e quella d’Alessandria d’Egitto non fece di certo eccezione. E’ proprio lì, infatti, che una squadra di settanta autorevoli rabbini mise mano e diede vita alla prima traduzione in lingua greca delle Scritture ebraiche (Antico Testamento), tesoro prezioso per tutta l’umanità. Il numero di questi studiosi ebrei ci fa comprendere l’entità dinamica e popolosa della comunità ebraica di questa città in quell’epoca. Oggi non esiste più una comunità ebraica ad Alessandria. Gli ebrei scampati alle persecuzioni islamiche sono fuggiti in terra d’Israele. Adesso la persecuzione tocca ai cristiani con un’escalation di attentati, in questi ultimi mesi, impressionante e lancinante. Esseri umani fatti a brandelli semplicemente perché cristiani, mentre i cristiani d’Europa stanno a guardare. Non è l’islam che mi fa più paura ma le coscienze ottenebrate dall’egoismo, pasciute di vizi e di bizze, e anche quelle offuscate dal pregiudizio di una religiosità falsa e tendenziosa che tende piuttosto a separare anziché dare forza e unire.
In qualità di coordinatrice per le relazioni con le chiese evangeliche e le comunità ebraiche rivolgo loro un accorato appello: è tempo di uscire dal guscio. Ai cristiani innanzitutto dico: occorre una mobilitazione unita, coraggiosa e trasversale che includa, cioè, tutte le comunità cristiane presenti nel nostro territorio. La comunità ebraica di Roma, nella persona del suo presidente Riccardo Pacifici, ha appena espresso la totale condanna di questi atti nefandi di cristianofobia. Solo uniti potremo fare la differenza per risvegliare questa nostra Europa e questa nostra amata Italia dal tremendo torpore che le condurrà altrimenti all’auto sterminio.
L’Italia non ha bisogno del tuo affetto e della tua simpatia. L’Italia ha bisogno di te.
Silvia Baldi Cucchiara

Io non sono indignata verso l’islam

Sono ormai decenni che in tutti e quattro gli angoli della terra imperversano scenari orrendi di tragedie disumane dal marchio islam.
Io non sono indignata verso l’islam.
Basta una minima e ingenua ricerca su internet per incorrere in siti di una violenza inaudita, fotografie di volti e corpi irrimediabilmente sfregiati con paesaggi di distruzioni e rovine apocalittiche.
Io non sono indignata verso l’islam.
Che da Londra a Teheran, da New York a Madrid, da Roma a Milano, con una coerenza in sé invidiabile e un’arroganza puntuale, oserei dire da rito, semina ovunque morte, terrore e distruzione.
Io non sono indignata verso l’islam.
Sono invece profondamente indignata verso la cristianità.
E soprattutto verso le alte cariche.
Sono indignata quando leggo il testo del messaggio del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente,  appositamente riunito per trattare la questione delle chiese in codesti luoghi.
E  non voglio sentir ragioni.
È una vergogna e basta.
Tutti pronti a far la morale ad Israele. E che morale!
Non si trova invece nessuna parola di diniego nei confronti dell’islam. Neppure una.
Vi è un trafiletto intero (3.3) dedicato ai cristiani assassinati in Iraq senza neanche un riferimento ai fautori di questi omicidi e alla loro religione di morte.
Silenzio.
Troppo blanda è la posizione per “la cooperazione e il dialogo con i nostri concittadini musulmani”
E se solo una di queste orride gesta contro i cristiani fosse avvenuta in Israele?
Ripeto: se mai fosse accaduto che una sola chiesa cristiana fosse saltata in aria in Terra d’Israele, dal 1948 ai giorni nostri, come avrebbero reagito queste stesse autorità?
Altro che due pesi e due misure.
Questa è connivenza.
Io non sono indignata verso l’islam.
Eppure, persino a me, vengono alla mente infinite possibilità di soluzione. Scelte diverse.
Si potrebbe organizzare una spedizione aerea e portare via i cristiani da Bagdad, farli inserire nella nostra società fornendo loro per due anni sostegno materiale, lavoro, casa, agevolazioni sul mutuo, esclusione dalle tasse e insegnamento della lingua. Vi sembra pazzesco? Questo è ciò che Israele fa dal 1948 verso tutti i propri confratelli sparsi nel mondo, no, pardon, verso i più diseredati del suo popolo che siano in Etiopia o nei paesi dell’ex Unione Sovietica.
E non mi pare che alle alte cariche manchino le risorse.
Io non sono indignata verso l’islam.
Non tutti agiscono allo stesso modo.
La Germania per esempio ha dato l’ennesima lezione di fair play, altroché silenzi.
Nel cuore di Berlino, hanno appena inaugurato il museo della Topografia degli Orrori, memoria degli orrori nazisti, sorto nel luogo già sede della Gestapo.
Fatti, non parole, né tanto meno silenzi ambigui.
Non credo all’ineluttabilità degli eventi.
Tutti abbiamo la possibilità di scegliere e decidere.
Ancor più noi cristiani se crediamo che Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù del peccato.
Io non sono indignata verso l’islam.
La cosa che più mi indigna non è l’incapacità (voluta o meno) dei governi o la loro corruzione diffusa.
È il vuoto della chiesa. Parlo delle alte cariche.
Quest’assenza pesante come un macigno mascherata di ineluttabilità.
Io non sono indignata verso l’islam.
Silvia Baldi Cucchiara

Maratona oratoria per Israele

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Per la verità, per Israele che trovi nel riquadro grigio

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Fonte :  www.radioradicale.it

Intervento di Silvia Baldi Cucchiara


Dr.ssa Silvia Baldi Cucchiara – Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose (Aversa)

Si è tenuta, giovedì 7 ottobre 2010, alle ore 18, al Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, a Roma, la maratona oratoria per Israele, evento europeo che non proponeva una “piattaforma politica ma morale, dunque bipartisan”, come ha sostenuto la deputata europarlamentare Fiamma Nirenstein, promotrice della manifestazione.

Il flusso di personalità, istituzioni rappresentate, italiane ed estere, e organizzazioni presenti ha chiaramente mostrato che si è trattato di un successo al di sopra di ogni aspettativa.

L’idea stessa della maratona oratoria ha dato l’opportunità, a decine e decine di persone, di prendere parola con un proprio contributo in una forma aperta, trasparente, autenticamente democratica e per ciò popolare. È difficile ricordare tutte le personalità che si sono pubblicamente esposte non per difendere una posizione politica ma per affermare un principio universale, incondizionato e non negoziabile: il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele quale garanzia per la libertà di ciascuno di noi. Dai ministri ed europarlamentari quali: Franco Frattini, Gaetano Quagliariello, Carlo Giovanardi, Mara Carfagna, Margherita Boniver, Rocco Buttiglione, Magdi Cristiano Allam, Francesco Rutelli e Piero Fassino (solo per citarne alcuni); a personalità del mondo internazionale come José Aznar, ex primo ministro spagnolo; a giornalisti e intellettuali più accreditati: Paolo Mieli, Pierluigi Battista, Giancarlo Loquenzi, Furio Colombo, Maria Latella, Vittorio Sgarbi, Ernesto Galli Della Loggia, ecc.; al Sindaco di Roma Gianni Alemanno; al presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici e il rabbino capo Riccardo Di Segni.

L’evento si è svolto in un clima di straordinaria solidarietà. Per la prima volta, nella mia vita, ho visto, in una stessa manifestazione, tanti politici e personalità di spicco, di schieramenti diametralmente opposti, mossi dallo stesso obiettivo. Se questa non è l’ennesima benedizione che Israele ci offre, come chiamarla diversamente? Penso a quelle devianti affermazioni che circolano in Europa e che additano Israele quale maggiore elemento disturbatore della pace nel mondo. Ma cosa dobbiamo tollerare ancora di udire? Giornate come quella di ieri sono la prova pratica e concreta dell’esatto contrario.

Nel servizio di riconciliazione ebraico-cristiana che da anni svolgo, come insegnante, all’università e tra i cristiani di varia denominazione, ho sempre creduto sul ruolo strategico d’Israele per l’unità, soprattutto della Chiesa. Ma l’evento di giovedì scorso ha rappresentato qualcosa di più: Israele non solo può mettere insieme cristiani di ogni confessione ma persino politici, intellettuali, giornalisti e uomini di ogni rango e nazione. Israele è una vera e ineguagliabile benedizione.

Ciascun intervento sarebbe da segnalare ma tra quelli che mi hanno colpito di più per le implicazioni pratiche contenute, vi è stato l’invito dell’on. Magdi C. Allam ai parlamentari presenti di formulare una risoluzione in cui si affermi che attentare contro il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele sia un crimine contro l’umanità. Questo è un perno centrale della questione: il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, che, come è stato ampiamente sottolineato, non significa condividere tutte le scelte politiche del governo israeliano, è la garanzia per la salvaguardia al diritto alla vita di ogni singolo individuo e paese. Non basta solo crederlo ma occorre mobilitarsi per favorire l’approvazione di una mozione internazionale.

Come rappresentante del mondo cristiano evangelico, ho avuto l’opportunità e il privilegio, data l’importanza dell’evento, di esprimere un appello che riporto di seguito: “Ai cristiani d’Italia e di ogni denominazione, a quelli impegnati che, come me, vanno in chiesa tutte le domeniche e non se ne vergognano: smettiamo di batterci il petto. Questo è il tempo della mobilitazione. Come cristiani in particolar modo, dobbiamo oggi mobilitarci, avere il coraggio di esporci pubblicamente e dimostrare che noi non amiamo ed onoriamo soltanto gli ebrei del passato: Abramo, Mosè e persino Gesù, che non siamo interessati solo alla Storia antica d’Israele e all’ebraico biblico, come giustamente si studia nelle nostre facoltà teologiche, ma che amiamo e difendiamo gli ebrei di oggi, i quali trovano, nello Stato ebraico, lo Stato d’Israele, la loro massima espressione. Mostriamo dunque con franchezza che siamo cristiani per Israele se siamo davvero dei discepoli di Gesù”.

La giornata rimarrà un evento memorabile e, spero vivamente, un punto di partenza per nuovi sviluppi futuri. A tutti un cordiale shalom, Silvia Baldi Cucchiara.